E' negli anni 90 che il concetto di Neurodiversita' comincia a diffondersi tra la popolazione scientifica.

Neuropsichiatri, Psicologi e personale specializzato cominciano piano piano a prendere confidenza con questo termine.

Lo stesso viene coniato per la prima volta da una sociologa australiana, autistica ad alto funzionamento, Judy Singer, la quale afferma che, per quanto riguarda la mente umana non esiste un parametro di riferimento per definire il concetto di normalità tra gli esseri umani.

Questo affascinante pensiero sarà destinato a cambiare per sempre la psichiatria, ponendo il dilemma, " Chi è in grado di affermare che la mente di un essere umano è normale o anormale ?

Neurodiversita' e Neurotipico sono due termini contrastanti tra loro, pongono l'attenzione sulla differenza tra l'essere "Normale " e l'essere " Strano" .

Di conseguenza la nascita dei due termini sono è dovute ad un dato solo ed esclusivamente percentuale, esempio il 90% della popolazione è destrorso e solo il restante 10 % è mancino, da questo viene automatico pensare che questo 10% venga considerato fuori dai parametri del restante 90% , pur conservando le stesse caratteristiche della maggioranza della popolazione ( Mangiare, Scrivere ecc ecc.).

Nel corso del tempo il termine Neurodiversita' acquista maggiore spazio, non viene attribuito soltanto a persone rientranti nello spetro autistico, ma si allarga a macchia d'olio, viene acquisito anche per chi presenta sintomi di ADHD,(Iperattivita'),Sindrome di Asperger, Schizofrenia, Sindrome di Tourette.

Baker, nel 2006; Jaarsma e Welin,nel 2012, hanno evidenziato un paradosso ovvero, con neurodiversità si fa riferimento ad una normale variazione al pari di etnia genere e sessualità , quindi l'autismo per se stesso non sarebbe una condizione da curare, ma a questo punto sorge il dubbio come bisogna comportarsi con le persone che presentano una forma di autismo particolarmente grave?

Se viene accettata la neurodiversità come normale variazione del cervello umano non si rischia di perdere gli aiuti che sono previsti dal nostro governo nei casi più gravi ?

Con un suo articolo del 2017, John Elder Robinson, autistico, consulente del Neurodiversity Institute del Landmark College di Putney, sembra fornire una risposta agli interrogativi del dibattito.

Egli illustra come negli ultimi anni il tema della neurodiversità sia diventato di primaria importanza, condividendone il punto di vista, ma dichiarandosi anche pronto a sottolineare che ciò non significa che l’autismo non crei delle difficoltà a chi ci convive.

Per quanto riguarda la consapevolezza dell’autismo, secondo Robinson infatti, un pericolo in cui si incorre è il non guardare più alle difficoltà di alcuni autistici, pericolo dovuto alla tendenza nel promuovere esclusivamente il talento e i successi delle persone autistiche.

Eppure, Robinson crede che sia possibile parlare di neurodiversità e mettere in luce gli aspetti e i talenti dei neurodiversi, abbracciando anche l’idea di cura, nel rispetto delle difficoltà che incontrano le persone autistiche. Ciò su cui porre l’attenzione è la definizione di “cura” che spesso, nel dibattito sulla neurodiversità, si rivendica o si rinnega.

Se si considera la cura come “sollievo dalla sofferenza”, allora si scopre come la cura non sia motivo di discriminazione: tutti, in un qualsiasi momento della loro vita, hanno bisogno di alleviare alcune loro sofferenze. Tutti dovrebbero sostenere il diritto al sollievo dalla sofferenza. Nessuno dovrebbe vivere nella paura di crisi epilettiche o soffrire di ansia debilitante o di dolore intestinale. Il vero problema insorge se per cura si intende il “liberarsi di un genere di persone”. Ciò a partire dagli investimenti: perché, si chiede Robinson, oggi giorno sempre più risorse economiche sono investiste per studiare le basi biologiche e genetiche dell’autismo (che, ricorda lo stesso Robinson, sono comunque studi importanti e da non ripudiare) ma sempre meno sono le risorse destinate al sostegno delle difficoltà delle persone con autismo?

Dovremmo tutti sostenere lo sviluppo di tecnologie che aiutino gli autistici che non parlano, ad esempio, a comunicare con il resto del mondo. Dovremmo continuare a implementare trattamenti efficaci per gestire le crisi e i comportamenti autoloesionistici degli individui con autismo. Dovremmo anche sostenere lo sviluppo di terapie per aiutare le persone autistiche a organizzare le loro vite, a fare amicizia, a rendersi autonomi, coinvolgendo il mondo del lavoro (oltre le assunzioni, mantenendo un ambiente attento ad ogni esigenza) e coinvolgendo la società tutta (Robinson, 2017).

Diffondere la cultura della neurodiversità tuttavia non dovrebbe spaventare coloro che vivono una condizione di difficoltà, temendo che possa derivarne una banalizzazione con conseguente risparmio di risorse dedicate a chi necessita di cura. Parlare di neurodiversità consentirebbe invece, a lungo termine, di ridurre quella quota di disabilità che dipende proprio dal mancato riconoscimento della società neurotipicamente orientata di poter essere anche qualcosa di diverso e di potersi permettere una vita felice e autonoma frutto di un “compromesso culturale” tra neurotipici e neurodiversi. La qualità della vita migliorerebbe a vantaggio di tutti liberando risorse che potrebbero essere destinate a chi vive effettivamente una condizione di disabilità, neurotipico o neurodiverso che sia.

Bisognerebbe insomma liberarsi dell’idea che il termine neurodiversità sia sinonimo di disabilità perché è anche questo che induce i neurotipici a immaginare che il mondo vada costruito e vissuto secondo i soli criteri da loro definiti. Così facendo, magari, buona parte delle risorse risparmiate andrebbero rivolte alla diffusione della cultura autistica poiché il compromesso sarà quanto più possibile tanto più vi sarà conoscenza delle reciproche “culture” di appartenenza.